Così si spiega la sorprendente capacità di tenuta del centrodestra al nord
Nei palazzi del centro storico di Milano, tra la Cà de Sass e la sede di Rcs, discereti sponsor della candidatura di Umber Ambrosoli, la premonizione di Michele Salvati non la conoscevano. Così Roberto Maroni si avvia a vincere la sua battaglia un mese fa quasi disperata e quelli del Pd sono lì a chiedersi come è andata. Perché al nord la sinistra non vince, nonostante tutto. Lunedì notte c’è stato un terremoto sotto il lago d’Iseo, quello che divide il ducato di Milano dalle terre della Serenissima. Niente di grave, neanche un piccolo tsunami d’acqua dolce.
7 AGO 20

“Il nord se la cava benone. C’è capitalismo e libertà sociale e d’impresa. Siamo noi, la sinistra, ad avere una questione settentrionale” (Michele Salvati, in “Nord terra ostile” di Marco Alfieri, 2008)
Milano. Nei palazzi del centro storico di Milano, tra la Cà de Sass e la sede di Rcs, discereti sponsor della candidatura di Umber Ambrosoli, la premonizione di Michele Salvati non la conoscevano. Così Roberto Maroni si avvia a vincere la sua battaglia un mese fa quasi disperata e quelli del Pd sono lì a chiedersi come è andata. Perché al nord la sinistra non vince, nonostante tutto. Lunedì notte c’è stato un terremoto sotto il lago d’Iseo, quello che divide il ducato di Milano dalle terre della Serenissima. Niente di grave, neanche un piccolo tsunami d’acqua dolce. Su in superficie, dove dalla Lombardia al Veneto è tutta una sola megalopoli padano-veneta, come la classificano i geografi, le scosse sono arrivate attutite. Così anche il piccolo tsunami di Grillo, che ha scosso il Veneto (25 per cento) e con onda più leggera la Lombardia (17), ha dato una botta al Regno del Nord, quella macroregione immaginaria su cui il dominio di Pdl e Lega sembrava in scalfibile. Ma meno di quel che si temesse, nonostante i disastri politici, d’immagine e le divisioni interne da mettere in dubbio la vittoria. Ma i numeri qualcosa dicono. In Lombardia il Pdl al Senato è sceso al 28,8 per cento dal trionfale 34.4 del 2008. Alla Camera il tonfo è al 21 dal 33,5. Per la Lega “2.0” di Maroni la botta è più secca: al Senato dal 20,7 del 2008 al 13,9 e alla Camera oltre l’8 per cento ceduto. In totale, oltre un milione e mezzo di voti sul campo. In Veneto, il Pdl al Senato ha perso 9 punti (da 28 a 19), idem alla Camera. Molto peggio ha fatto la Lega, come temeva Flavio Tosi, che però per ora se ne sta allineato dietro al segretario vincitore a Milano, dilaniata all’interno e con voti in libera uscita: al Senato è crollata dal 26 all’11 per cento, alla Camera di 15 punti. Quel che è cambiato al nord, rispetto al 2008 in cui se la cavava “benone”, come diceva Salvati cercando di stimolare scelte riformiste nell’allora nascente Pd, è molto.
Milano. Nei palazzi del centro storico di Milano, tra la Cà de Sass e la sede di Rcs, discereti sponsor della candidatura di Umber Ambrosoli, la premonizione di Michele Salvati non la conoscevano. Così Roberto Maroni si avvia a vincere la sua battaglia un mese fa quasi disperata e quelli del Pd sono lì a chiedersi come è andata. Perché al nord la sinistra non vince, nonostante tutto. Lunedì notte c’è stato un terremoto sotto il lago d’Iseo, quello che divide il ducato di Milano dalle terre della Serenissima. Niente di grave, neanche un piccolo tsunami d’acqua dolce. Su in superficie, dove dalla Lombardia al Veneto è tutta una sola megalopoli padano-veneta, come la classificano i geografi, le scosse sono arrivate attutite. Così anche il piccolo tsunami di Grillo, che ha scosso il Veneto (25 per cento) e con onda più leggera la Lombardia (17), ha dato una botta al Regno del Nord, quella macroregione immaginaria su cui il dominio di Pdl e Lega sembrava in scalfibile. Ma meno di quel che si temesse, nonostante i disastri politici, d’immagine e le divisioni interne da mettere in dubbio la vittoria. Ma i numeri qualcosa dicono. In Lombardia il Pdl al Senato è sceso al 28,8 per cento dal trionfale 34.4 del 2008. Alla Camera il tonfo è al 21 dal 33,5. Per la Lega “2.0” di Maroni la botta è più secca: al Senato dal 20,7 del 2008 al 13,9 e alla Camera oltre l’8 per cento ceduto. In totale, oltre un milione e mezzo di voti sul campo. In Veneto, il Pdl al Senato ha perso 9 punti (da 28 a 19), idem alla Camera. Molto peggio ha fatto la Lega, come temeva Flavio Tosi, che però per ora se ne sta allineato dietro al segretario vincitore a Milano, dilaniata all’interno e con voti in libera uscita: al Senato è crollata dal 26 all’11 per cento, alla Camera di 15 punti. Quel che è cambiato al nord, rispetto al 2008 in cui se la cavava “benone”, come diceva Salvati cercando di stimolare scelte riformiste nell’allora nascente Pd, è molto.
La grande crisi, certo. Ma anche tre anni di governo di centrodestra che non ha dato al suo elettorato le risposte che chiedeva. A metà del 2011, con Giulio Tremonti all’Economia, i governatori del nord e una mare di sindaci e amministratori erano pronti a marciare contro i tagli di bilancio di Roma e a proclamare lo sciopero fiscale. Poi c’è stato un anno di governo Monti, che ha messo in soffitta la “questione settentrionale”. Dire che il fenomeno Grillo abbia sfondato al nord solo per antipolitica è riduttivo. A Oderzo, il cuore del nordest produttivo, Grillo ha fatto il pieno di applausi dei ceti produttivi, dei piccoli imprenditori, artigiani, partite Iva che si sono sentiti traditi dall’asse del nord. Il centrodestra ha resistito, ma mostrando di faticare a intercettare ancora quelle esigenze – le solite: riforma fiscale, spinta all’economia, qualità delle infrastrutture, competitività, riforma della burocrazia – che il nord reclama da vent’anni. La cosa che non è cambiata è che la sinistra non si è mossa, anzi ha perso ulteriormente. Il Pd in Lombardia ha perso un punto al Senato (27 contro 28 per cento) e due punti abbondanti alla Camera. E in Veneto non ha sfondato, perdendo anzi quasi 4 punti al Senato. I motivi, a parte la drammatica erosione del populismo denunciata ieri da Pier Luigi Bersani, stanno nella scarsa capacità di interpretare le esigenze delle regioni economicamente più dinamiche del paese. Verso la serata di ieri, con lo scrutinio della Lombardia giunto circa a metà, Maroni era costantemente in testa di circa 5 punti (43 a 38). Una vittoria di questo tipo, se confermata, direbbe più cose. La più scontata è la (sorprendente) capacità di tenuta del centrodestra, o per meglio dire la stabilità di un elettorato che vota costantemente lo schieramento moderato, non sempre con lo stesso convincimento.
La vittoria di Maroni però nasconde un declino di questa capacità di trascinamento: Roberto Formigoni nel 2010 vinse con il 56 per cento dei voti. A sinistra c’è però da notare che Filippo Penati perse nel 2010 con il 33 per cento. Se Ambrosoli chiuderà a quota 38, avrà fatto un po’ meglio e avrà tolto un altro alibi al Pd, quello del candidato debole. Debole rimane solo la capacità di vincere del Pd, anche in presenza di uno smottamento da milioni di voti del centrodestra. Il nord per la sinistra rimane terra ostile.